
Su di me
Mi chiamo Miranda Giaccon.
Faccio UX e consulenza su software, ma il mio metodo viene da posti meno “digital”.
La danza di coppia mi ha insegnato ritmo, ascolto, segnali piccoli ma chiari: quando devi “tirare”, di solito è perché qualcosa non è impostato bene.
Essere presidente di una scuola dell’infanzia allena ogni giorno mediazione e responsabilità: decisioni devono reggere nella realtà, non solo “sulla carta”.
Le arti performative e la comunicazione mi aiutano a costruire esperienze coerenti e usabili anche a chi non vive di digitale.
E la mia curiosità per AI e automazioni è molto pratica: sperimento strumenti che rendono il lavoro più leggero, più intelligente e — quando si può — anche un po’ più divertente.
Se vuoi scrivermi, va benissimo anche un messaggio breve e imperfetto: dimmi dove oggi senti attrito (scelta software, adozione, processi, qualità).
Poi ci penso io a rimettere le cose in fila.
I principi che mi guidano
Parto da processi e dati reali, non da supposizioni.
Scelte chiare, motivazioni chiare. Niente “fidati” o “seguiamo altre aziende come la tua”.
Se le persone si arrangiano, il sistema non sta funzionando.
Tolgo rumore, proteggo priorità, evito complicazioni inutili.
Meglio prevenire frizioni e bug che rincorrerli dopo.
Rispetto per chi lavora, e strumenti che reggono anche senza di me.
Come lavoro
Un percorso in cinque step
Mettiamo a fuoco il vero problema
Partiamo da una conversazione strutturata: obiettivi, vincoli, rischi, persone coinvolte.
Questa fase serve a evitare il classico errore: lavorare tanto… nella direzione sbagliata.
Cosa succede qui: domande scomode (nel modo gentile), contesto, definizione del perimetro.
Processi, dati, attriti
Osservo e ricostruisco il flusso reale: come nasce una richiesta, dove si perde informazione, dove si creano doppioni, cosa viene “aggiustato” a mano.
È una fase che spesso dà sollievo.
Perché qualcuno, finalmente, mette ordine senza giudicare.
Cosa succede qui: mappa dei flussi, punti critici, ipotesi, priorità.
Scegliamo con lucidità
Qui succede la parte più importante: trasformiamo tutto in criteri utili a decidere.
Non una lista infinita di desideri — ma una griglia che vi protegge.
Cosa succede qui: requisiti essenziali, compromessi espliciti, scenari, “cosa succede se”.
Rendere il sistema usabile e adottabile
Che si tratti di un tool esistente o di un prodotto in costruzione, porto l’attenzione su:
- linguaggio e chiarezza dei passaggi
- errori e casi limite
- responsabilità (chi fa cosa, quando)
- riduzione del carico mentale
A volte non serve ridisegnare. Serve togliere attrito.
E l’attrito, in azienda, costa.
Cosa succede qui: flussi, microcopy, euristiche UX, validazione rapida, priorità di intervento.
Piano d’azione che regge
La parte finale non è “un documento”.
È una decisione pronta per essere eseguita: cosa fare subito, cosa fare dopo, cosa non fare.
Se lavorate con sviluppatori, un’agenzia o team interni, preparo output che parlano la loro lingua.
E se serve, resto come guida: controllo qualità, supporto alle scelte, continuità.
Cosa succede qui: roadmap, backlog prioritizzato, check di qualità, passaggio di consegne pulito.
f.a.q.
Domande che ricevo spesso
Con entrambi. Mi interessa che gli output siano usabili da chi deve costruire, gestire e supportare.
Dipende, ma quasi sempre qualcosa cambia subito: chiarezza, priorità, decisioni. E spesso si sbloccano colli di bottiglia che sembravano “normali”.
Perfetto. È una condizione più comune di quanto si dica. Si parte dal lavoro reale e si torna a respirare.
Se oggi pensi “senza di me la mia azienda crolla”…
Non sei tu a essere esagerato. È solo il segnale che l’azienda è cresciuta.
E la parte bella è questa: con le domande giuste, la complessità smette di far paura.
Diventa gestibile. Diventa persino… elegante.
Le decisioni migliori fanno meno rumore. Ma si apprezzano ogni giorno.


